“La sovrabbondanza di mezzi è il primo grande pericolo che l’arte deve affrontare. Quest’espressione è invero illogica (non c’è una sovrabbondanza di mezzi, ma un’incapacità di impadronirsene), ma si giustifica nella misura in cui riesce ad esprimere l’assurdità della nostra situazione. […] L’industria, la speculazione e la scienza applicata alla vita devono portare fino in fondo questo processo della dissoluzione dei tipi artistici esistenti prima che possa seguirne qualcosa di buono e di nuovo”.
(Gottfried Semper, Scienza, industria e arte, 1852)
Due anni esatti separano la prima edizione di Netizens dalla seconda. Solo 24 mesi secondo gli standard temporali terrestri; almeno mezzo secolo, probabilmente, per l’universo informativo del World Wide Web. I codici della Rete, sia quelli relativi alla programmazione vera e propria che, più genericamente, quelli linguistici e comunicativi, mutano infatti secondo un ritmo e una curva evolutiva veloci e difficilmente prevedibili. Chiunque abbia conosciuto Internet durante gli Anni Novanta sa bene come e quanto essa sia mutata nel corso di un solo decennio, e quanto, di riflesso, siano cambiati i suoi abitanti, i netizens, appunto. Se già alla fine del 2002 potevamo osservare un graduale ma inarrestabile allargamento della cittadinanza della Rete, oggi più che mai Internet è un fenomeno globale, che, nonostante le note problematiche del digital divide, coinvolge ormai una consistente fetta della popolazione, circa un miliardo secondo stime recenti.
Ma non è solo una questione di numeri. Il Web è cambiato nella sua struttura e nelle sue modalità di espressione. Da ambiente quasi esclusivamente testuale a contenitore multimediale, da ragnatela ipertestuale fatta di finestre e frames a schermo televisivo e cinematografico. Immersivo e multidimensionale. Quella che è stata giustamente chiamata era postmediale vede la caduta definitiva dei confini tra le varie discipline, accetta l’ibridazione e la multidisciplinarietà come caratteri congeniti del panorama culturale, ci ricorda quanto sia riduttivo e inefficace continuare a categorizzare le arti secondo il “mezzo” utilizzato.
I lavori selezionati per Netizens II testimoniano molto bene questo cambiamento, offrendoci un’esperienza del Web leggera e rinfrescante, tramite un uso spregiudicato di tutte le tecnologie e i software a disposizione, siano essi confezionati appositamente dagli artisti per l’occasione (trasformati così in digital artisans), che scelti tra la vasta gamma di tools disponibili in commercio. Ridimensionato e accantonato -con buona pace dei suoi predicatori infaticabili- il mito dell’interattività ad ogni costo, le opere di Peter Horvath, David Crawford, MTAA, Siebens&Kanarek, Yan Breuleux e Young Hae Chang Heavy Industries, spesso si limitano a farsi osservare, catturando lo sguardo dello spettatore come una malìa ipnotica. Mescolando i linguaggi del cinema, della fotografia, della musica jazz, del fotomontaggio, del cartoon e della poesia visuale. Se molta Net Art, dal 1994 ad oggi, si è concentrata su questioni strutturali, ideologiche, sociali e linguistiche, configurandosi come un movimento ad alto tasso di autoreferenzialità (in piena assonanza con la tradizione modernista e avanguardista), l’arte internettiana di oggi sembra aver smesso di ricercare un proprio specifico. Concedendosi la libertà di confondersi con le altre arti o di essere, semplicemente arte.
Com’è facile intuire, la trasposizione di opere pensate e realizzate in Rete, all’interno di uno spazio tridimensionale e materiale continua a porre dei problemi che potremmo definire di “traduzione”. Ma se qualcosa, inevitabilmente, finisce lost in translation, la sfida rimane appassionante. E la galleria, il museo, la piazza, il teatro, possono diventare dei “portali” verso la dimensione virtuale della Rete. Un universo che, lungi dall’essere lontano, diverso, freddo e alienante, come spesso lo si dipinge, rappresenta uno spazio sociale a tutti gli effetti, intrecciato e ormai “innestato” nel corpo dell’umanità.
Valentina Tanni
testo scritto per il catalogo della mostra “Netizens II. La libertà del postmediale“. Roma, Galleria Sala 1, 2005
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