Arte e protesta. A New York c’è l’Occupiennale

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Articolo pubblicato su Artribune l’11 ottobre 2011

 


Anche gli artisti scendono in piazza. Il movimento Occupy Wall Street non accenna a spegnersi e la classe creativa si inventa l’Occupennial, la “biennale” della protesta. Tra mostre, performance e qualche visita eccellente. In piazza a New York, ad esempio, c’era anche Slavoj Zizek.

di Valentina Tanni

Il gioco di parole è chiaro e rimanda al format di mostra più noto e sfruttato al mondo: la Biennale. Ma stavolta si chiama “Occupiennale” e si svolge nel bel mezzo delle manifestazioni di piazza newyorkesi, all’interno del movimento Occupy Wall Street, che è ormai in strada da oltre venti giorni e non accenna a spegnersi, nonostante le centinaia di arresti già effettuati dalla polizia.
Le motivazioni del movimento, che colpisce per la sua composizione vasta e disomogenea, oltre che per la totale assenza di leader riconoscibili e di qualsiasi affiliazione di partito, sono ben note. Obiettivo della protesta è il sistema capitalistico nelle sue derive più drammatiche, la finanza senza scrupoli e la corruzione dello Stato, che salva le banche ma lascia che milioni di cittadini perdano casa e lavoro. Un movimento, dunque, sentito e spontaneo, contro una sempre più diffusa ingiustizia sociale: “Noi siamo il 99% e non siamo più disposti a tollerare l’avidità e la corruzione dell’1%”.
Ma nonostante quello che può sembrare dalla lettura della scarsa e spesso fuorviante copertura mediatica del fenomeno, la protesta non è soltanto simbolica ed è tutt’altro che vaga: si chiede infatti che venga istituita una commissione in grado di vigilare e garantire l’indipendenza del Congresso dalle grandi corporation (campagna portata avanti da anni anche da personaggi del calibro di Lawrence Lessig, avvocato americano famoso per aver inventato le licenze Creative Commons).
La partecipazione di artisti e creativi alla protesta è stata intensa e visibile sin da subito, ma da qualche giorno stiamo assistendo al tentativo di rafforzarla e coordinarla attraverso una serie di iniziative più organiche. Con l’obiettivo, dichiarato a gran voce, di estendere il più possibile la partecipazione. E non sembra un caso, visto che la scintilla per l’avvio del movimento è stata accesa da Adbusters, organizzazione di attivisti canadesi che dal 1989 pubblica una rivista che è la Bibbia del culture jamming, insieme di pratiche di “insubordinazione creativa” al sistema che discendono direttamente dal détournement situazionista, aggiornandolo alla luce delle innovazioni tecnologiche e linguistiche del sistema mediale contemporaneo.
Non una Biennale,  si diceva, ma una “Occupiennale”: un flusso non ordinato di contributi artistici alla protesta, nella forma di mostre, eventi, performance, spettacoli, ma anche dipinti, murali, grafiche e cartelloni. Sul sito di Occupennial, e sul blog di Tumblr collegato, non solo si possono trovare tutte le informazioni necessarie per dare il proprio contributo, ma è possibile consultare la documentazione degli interventi già realizzati. Tra i tanti, spicca la mostra No Comment, allestita in un edificio appartenuto alla JP Morgan, evento che è stato in grado di portare i manifestanti più vicini a Wall Street che mai (sono stati tenuti tutto il tempo fuori dalla strada da uno sbarramento della polizia).
Intanto, a Zuccotti Park, centro nevralgico della protesta, si stanno alternando da giorni le visite di personalità della cultura, che parlano alla folla senza amplificazione, sostenuti da un coro di ripetizioni che fa somigliare in maniera inquietante i discorsi a sermoni. Dopo un acclamatissimo Michael Moore, la cui presenza è sembrata quasi scontata, domenica è passato anche Slavoj Žižek. Il filosofo sloveno, com’è sua abitudine, ha commosso e divertito la folla con un discorso forte, ma anche molto ironico e provocatorio.
Dopo un incipit lennoniano (“Dicono che siamo dei sognatori. Ma i veri sognatori sono quelli che pensano le cose possano rimanere per sempre uguali. Noi non siamo dei sognatori, noi ci stiamo svegliando da un sogno che si è tramutato in un incubo”), Žižek ha più volte incitato i manifestanti a non farsi distrarre troppo dall’aspetto ludico e “folkloristico” della protesta, e a restare in focus sui propri obiettivi (“carnivals come cheap”, ironizza). Perché quello che conta non è ciò che succede a Liberty Plaza, ma le effettive ripercussioni, qualcosa che si potrà valutare soltanto nel momento in cui tutti saranno “tornati alla vita di tutti i giorni”.
Il messaggio è chiaro: che l’arte diventi un elemento propulsivo e motivante, e non che, al contrario, la protesta si trasformi in un memorabile ma inerte evento di performance art.

www.occupennial.org
www.occupywallst.org
wearethe99percent.tumblr.com
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www.adbusters.org

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