Generation Google

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Articolo pubblicato in Next Exit, 2003


Ormai è ufficiale. Il logo di Google, motore di ricerca tra i più utilizzati dai navigatori del Web, è più famoso di quello della Coca-Cola, scalzata dalla cima della classifica e ora solo terza.
Chiunque faccia uso della Rete lo conosce e, in genere, lo ama. Creato nel 1995 da una coppia di studenti americani nel famoso garage di casa -immancabile in ogni versione digitale del sogno americano- è divenuto in pochi anni il punto di riferimento assoluto per l’information retrieval su Internet. Perché? Semplicemente perché funziona. E funziona meglio degli altri. In più ha un’interfaccia essenziale e priva di orpelli, versioni in 86 lingue, un utilissimo servizio di ricerca immagini.
In America è talmente popolare da giustificare la nascita del verbo “to google”, divenuto sinonimo di “ricerca in rete”, ma anche di “ricerca” in generale. Un simile fenomeno non poteva sfuggire all’attenzione e all’immaginazione degli artisti, specie quelli digitali, coinvolti in prima persona nel suo uso. Il milanese Mauro Ceolin ha inserito Google nella sua serie Promotional landscapes, collezione di disegni vettoriali in Flash dedicata alle aziende tecnologiche. Il logo della società statunitense svetta all’entrata della sede centrale di Bayshore Parkway, serenamente immersa nel verde.

Ma c’è anche chi ha usato il motore di ricerca come “luogo” dove ambientare le sue performance, sfruttandone in modo non previsto i meccanismi. The Google Adwords Happening si è svolto un anno fa ed è durato solo 24 ore. Il net artista francese Christophe Bruno, ispirato dalle discussioni che infiammavano al tempo su una mailing list di settore sulle possibili strategie di guadagno per l’immateriale arte internettiana, ha ideato un’opera che andava provocatoriamente controcorrente. Il sottotitolo era infatti: “come puoi perdere dei soldi con la tua arte?”. Bruno acquistò alcune parole chiave tramite il servizio pubblicitario di Google chiamato Adwords e ad ognuna associò una breve poesia, dal contenuto per lo più provocatorio e nonsense. Ogni volta che i navigatori cercavano una delle parole in questione potevano vedere i mini-cartelloni pubblicitari di Bruno, linkati poi al suo sito. Uno suonava addirittura come una dichiarazione d’amore: “Mary!!! I love you. Come back. John”. L’idea era semplice, ma sufficientemente scomoda, tanto da indurre i responsabili del servizio a interrompere la sua azione dopo solo un giorno. Questa decisione, da un certo punto di vista un atto di censura, fu dettata da mere ragioni economiche: l’azienda non poteva rischiare di “screditare” il servizio Adwords, permettendo ad un artista di utilizzarlo in modo ludico e personale. E soprattutto non poteva  linkare parole chiave come “symptom”, “dream” e “money” ad un sito di net art senza nessuna palese attinenza agli argomenti in questione.

La capacità del motore di ricerca di “pescare” materiale dal mare magnum di Internet in modo veloce e seguendo dei criteri di tipo tematico-linguistico ha ispirato Paul Andrews, autore di GoogleSynth. Il software, scritto da Andrews in persona, è un vero e proprio mixer di immagini. Seleziona due termini a caso da una lista che ne contiene 62.000 e li sfrutta per selezionare due immagini a caso dal Web. Le due immagini vengono poi “fuse” tra di loro secondo alcuni parametri scelti dall’utente. Anche se il risultato è spesso incomprensibile e confuso, il meccanismo di GoogleSynth è affascinante. Con questo suo mix di caso e controllo, di algoritmo e generazione macchinina, fa pensare ad un bizzarro distillatore dell’inconscio tecnologico.

E ad un flusso di coscienza è stato paragonato anche il Live Query di Google. Nella sede statunitense dell’azienda infatti, a Mountain View, c’è un grande schermo, appeso nella sala d’attesa, che permette di visualizzare in tempo reale le richieste che vengono immesse nel motore di ricerca da tutto il mondo. E se pensiamo che sono oltre 150 milioni ogni giorno non si può non rimanere impressionati. L’artista digitale T.Whid ha di recente lanciato una provocazione in merito. Con un messaggio alla mailing list di Rhizome, la più frequentata dai net artisti, ha definito il Live Query “il capolavoro della net art”. Tra lo sconsolato e il sarcastico si chiedeva: “cosa possono fare di più gli artisti della rete”?

 

Google  www.google.com
Mauro Ceolin www.rgbproject.com
Christophe Bruno www.unbehagen.com
Paul Andrews http://art.gen.nz
T.Whid text  http://www.mail-archive.com/nettime-l@bbs.thing.net/msg00116.html

 

 

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