Hit the Crowd. Photography in the age of crowdsourcing

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Testo pubblicato nel catalogo di Fotografia 2012. Work, Roma settembre 2012

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di Valentina Tanni
Quando Nadar visitò Bruxelles con la sua mongolfiera, nel 1864, fu costretto a erigere delle barriere per tenere la folla a distanza (da quel giorno, in Belgio, le transenne si chiamano “barriere di Nadar”). Oggi, a quasi centocinquant’anni di distanza, la folla è una realtà diversa, che non si limita a osservare ma partecipa attivamente. E la fotografia non è più soltanto una pratica solitaria, ma sempre più spesso si trasforma in un processo collaborativo.
Nell’era di Internet l’atto della condivisione – dei contenuti e delle azioni – è spesso indistinguibile da quello della creazione: un unico gesto produce la fotografia e genera la sua diffusione. Quando un’immagine ha iniziato il suo viaggio nel mondo, niente la può fermare: chi la riceve (questo nuovo tipo di “pubblico attivo”, che il giornalista tecnologico Jay Rosen ha definito “the people formerly known as the audience”) se ne appropria, la riusa, la modifica e la rimette in circolazione.
Non solo: la fotografia è, insieme al video, il mezzo attraverso cui il mondo attua quel “ri-conoscimento” globale che è la rivoluzione più grande messa in moto dalla diffusione del Web. Lo scambio di immagini permette di aprire continue “finestre sul mondo”, ci fa visualizzare ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto aldilà dello schermo, ci porta ogni giorno, ogni minuto, a contatto con la diversità, con l’altro. Che si tratti del vicino di casa o di qualcuno dislocato dalla parte opposta del pianeta.

Infine, la pratica fotografica si fonde spesso con quella performativa. L’immagine finale diventa il risultato di una serie di istruzioni, appare in infinite versioni, diventa un comportamento, e si diffonde con modalità virali (generando quei fenomeni che gli studi sulle culture di rete hanno battezzato “memi”, elementi che svolgono il ruolo dei geni nell’evoluzione culturale).
Hit the Crowd indaga questi temi, analizzandoli attraverso il lavoro di tre artisti: il collettivo italiano IOCOSE, il fotografo e artista concettuale statunitense David Horvitz, e il “tecnologo creativo” Matt Richardson, anche lui americano.
A Crowded Apocalypse, progetto web di IOCOSE, è un’operazione complessa, dai tratti volutamente surreali. Gli artisti hanno utilizzato Mechanical Turk, una piattaforma ideata dal colosso dell’e-commerce Amazon, che permette di utilizzare la forza lavoro del crowd per far svolgere, dietro compenso, piccoli compiti. Catalogare informazioni e immagini, inserire dati, selezionare materiali. Le azioni da compiere sono chiamate hit – human intelligence tasks – e sono spesso molto semplici. Tuttavia, sono impossibili da affidare a una macchina perché basate su abilità tipicamente umane. Non a caso, il nome della piattaforma, “il Turco meccanico”, fa riferimento a un automa creato nel 1769 che simulava un giocatore di scacchi, ma era in realtà manovrato da una presenza in tutto e per tutto umana. Un’intelligenza artificiale simulata.
I lavoratori anonimi assoldati da IOCOSE hanno svolto però dei task molto particolari, volti alla costruzione di teorie cospirazioniste, piani misteriosi e mai completamente verificabili. Progettando simboli, immaginando trame e complotti, e infine scendendo per le strade a protestare con enigmatici cartelli. Ognuno per proprio conto, nella propria strada, completamente all’oscuro del piano finale (in questo caso l’opera d’arte) e isolato dagli altri partecipanti. Una protesta indotta e inconsapevole, che ben evidenzia, portandoli alle loro ultime conseguenze, i rischi di questa nuova “atomizzazione” del lavoro.
Anche il progetto di Matt Richardson utilizza la piattaforma di crowdsoucing di Amazon, ma per uno scopo molto diverso. In questo caso, il compito affidato agli ignoti lavoratori della rete consiste nel descrivere una fotografia. Il breve testo viene poi spedito ai circuiti della Descriptive Camera, una macchina fotografica che non restituisce immagini ma soltanto parole, stampandole su un normale scontrino. In un momento storico in cui le immagini viaggiano sempre con un cospicuo bagaglio di informazioni (i cosiddetti metadati) che riguardano la data, il luogo e la strumentazione tecnologica utilizzata, Richardson ha progettato un dispositivo che ridona centralità al contenuto dell’immagine e alla sua interpretazione, un’attività (ancora) impossibile da affidare a una serie di algoritmi.
Il progetto di David Horvitz, infine, ha un titolo numerico: 241543903. Se cercate questo numero su Internet utilizzando un motore di ricerca, e scegliete di visualizzare i risultati per immagini, quello che otterrete sono migliaia di fotografie che ritraggono persone con la testa infilata nel freezer. Sono persone qualunque, che hanno scattato le immagini perlopiù nelle loro case, sparse in giro per il mondo. Lo hanno fatto seguendo delle semplici istruzioni, postate dall’artista sul suo blog nel corso del 2009. Un suggerimento strambo e insensato si è trasformato, nel giro di pochi mesi, in una performance virale di dimensioni globali, diventando un’immagine archetipo, una tradizione contemporanea. È una fotografia che continua a riprodursi e a mutare. Un’immagine unica e multipla. Sempre uguale e sempre diversa.

 

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