Il mestiere delle mostre / Biennale di Venezia 2009

selected texts

Articolo pubblicato in Exibart.onpaper, giugno 2009

 

Una Biennale che vince ma non convince. Accontenta gli occhi ma non costruisce nuovo pensiero. In un clima generale che testimonia solo della (sterile) professionalità del sistema…

di Valentina Tanni

Scrivere di questa 53. Biennale non è facile. Nel suo essere piacevole, up to date e persino geographically correct (la provenienza degli artisti incrina volutamente il consueto occidentalismo), la mostra messa insieme da Daniel Birnbaum è (quasi) inattaccabile. Come si dice spesso in gergo, l’esposizione “funziona”. Appaga gli occhi, non lesina colpi di scena e piacevolezze, risponde sufficientemente bene al concept curatoriale (Making Worlds / Fare Mondi). Ma il suo limite – che non sembri un artificio retorico – sta proprio nella tendenza a funzionare come un meccanismo di precisione. Un po’ di vecchio e un po’ di nuovo, un po’ di manualità e un po’ di tecnologia, un po’ di poesia e un po’ di politica. Dosare in parti uguali, innaffiare di ironia e servire in salsa allestitiva impeccabile.
Se la potenza dell’arte sta nel mettere in scena la dis-funzione, materializzare il cortocircuito, generare punti di vista impensati e impensabili, questa Biennale, nella sua ordinarietà, manca paurosamente l’obiettivo. Epura il disagio, confina l’imbarazzo, addomestica la visionarietà. Dando una prova di consumata professionalità, che mette in secondo piano quell’urgenza che – indipendentemente dal medium e dallo stile – ogni opera d’arte dovrebbe esprimere.
L’ex Padiglione Italia, ora Palazzo delle Esposizioni, apre Fare Mondi con un’opera che, in questo contesto, finisce per apparire didascalica. È Galaxy Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider’s Web dell’argentino Tomas Saraceno, installazione attraversabile fatta di corde elastiche che evoca da subito il tema del giorno in chiave geometrico-cosmologica.
La mostra procede con toni sommessi, fra proposte eleganti ma inerti (come la loop machine cinematografica di Simon Starling, le proiezioni vintage della pur brava Rosa Barba e il gioco di ombre di Hans-Peter Feldman) e repêchage di avanguardisti storici riproposti in chiave sterilizzata (i bastoni colorati di André Cadere, la sala dedicata al Gruppo Gutai, il remake dell’installazione del 1976 di Blinky Palermo). Unica eccezione, gli universi infernali in claymation di Nathalie Djurberg, vincitrice del Leone d’Argento come miglior giovane artista, che catapultano il visitatore in un Paese delle Meraviglie alla rovescia, dove si mescolano erotismo e violenza, con tutta la potenza della fiaba che si trasforma in incubo.
Non cambia l’atmosfera all’Arsenale, anche se qui la mostra è più d’impatto, grazie anche alla benevolenza del contenitore architettonico. Le opere che si susseguono nel lungo corridoio hanno l’aria di comportarsi come ben orchestrate scenografie (che diventano vetrine ben allestite nei casi peggiori).
Abbondano i fili e le trame – curioso questo persistere della tessitura, dell’intreccio, della cucitura – a cominciare dai raggi di Lygia Pape (che svolgono lo stesso ruolo di incipit a effetto che aveva Saraceno al Palazzo delle Esposizioni), per passare ai lampadari appesi su un soffitto di fili colorati di Pae White, il paesaggio di rocchetti di Moshekwa Langa e l’accrocco di cartoni sospeso di Yona Friedman. Anche artisti di comprovata bravura – come Paul Chan, Cildo Mereiles e Ceal Floyer – appaiono in tono minore, con opere compiaciute e decorative. Piccole ma rinfrescanti sorprese, invece, riserva il Giardino delle Vergini, con gli ottimi interventi – giocosi e ispirati – di Lara Favaretto e Miranda July.
Non consola il giro per i Padiglioni nazionali, che si snoda tra veri e propri scivoloni (la Francia di Claude Lévêque, l’Italia dei Collaudi, il Giappone di Miwa Yanagi), giocate facili (gli Stati Uniti dell’inossidabile Bruce Nauman) e compitini bene eseguiti (l’Inghilterra di Steve McQueen e la Germania di Liam Gillick).
Emerge invece per forza e poesia il progetto di Teresa Margolles nel Padiglione messicano, una mostra che trasforma Palazzo Rota Ivancich in uno straniante luogo di lutto. Si mette poi in evidenza, per la vena ironica e l’attitudine allo spiazzamento, il Padiglione dei Paesi Nordici, curato dalla coppia di artisti Elmgreen & Dragset. Ma anche qui, dopo una visita divertente e divertita, rimane il senso di una messa in scena ben architettata, un disturbante retrogusto di marketing virale.
A Venezia, quest’anno, il mondo dell’arte ha dato prova d’impeccabile e noioso professionalismo. Più che a “fare mondi”, artisti e curatori sembrano impegnati a “fare mostre”. Con poca arte e molto mestiere.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *