Il sé etereo: il web come specchio e finestra

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Articolo pubblicato in Artribune Magazine // 2012

di Valentina Tanni

Lo schermo del computer è una finestra sul mondo. Ma anche un lucido specchio, in cui ri-conoscersi ogni giorno. Mentre aspettiamo la mostra in preparazione al Museo Cantonale d’Arte di Lugano, che da settembre racconterà il tema della “finestra” nella pittura occidentale, portiamo la riflessione più avanti. Fino al mondo dell’informatica. La finestra come interfaccia e il web come sede di un vertiginoso incontro con la diversità.

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Per anni abbiamo pensato alle finestre del computer come a passaggi verso uno spazio altro – possiamo chiamarlo cyberspazio, usando un termine che ha solo venticinque anni di vita e suona già arcaico -, un luogo immateriale condiviso, che prende vita grazie alle connessioni. La metafora della finestra, concetto principe di tutti i sistemi a interfaccia grafica, ha evocato paragoni illustri, chiamando in causa le più diverse teorie sullo spazio, sul tempo e sulla percezione. La finestra è un concetto chiave “da Leon Battista Alberti a Windows”, come scriveva l’artista belga Francis Alÿs un decennio fa nella presentazione del suo progetto web The Thief: “Navighiamo attraverso una successione infinita di pagine ipertestuali sul web. Ogni link ci proietta oltre una soglia. Ogni volta che puntiamo e clicchiamo ci sembra di dispiegare un nuovo punto di fuga”.
Tuttavia, come spiegano Jay David Bolter e Diane Gromala nel saggio Windows and Mirrors (MIT Press, 2003), l’interfaccia non è sempre trasparente e la sua conformazione porta i segni di chi l’ha progettata, racconta della nostra cultura, di una visione del mondo. Quindi lo schermo del computer è sì una finestra – e il web è innegabilmente unluogo – ma allo stesso tempo è un lucidissimo specchio. Una superficie riflettente in cui guardarsi.

Forse è però arrivato il momento di provare anche a “rovesciare” il punto di vista. Lo sguardo non è solo quello che dall’esterno si proietta verso l’interno, permettendo ai navigatori di esplorare il mondo digitale. Il web apre continuamente delle finestre che passano dal computer, ma si aprono verso il mondo reale, offrendo scorci sempre più numerosi, a volte familiari a volte incredibilmente altri. Il numero delle persone che partecipano a questo ri-conoscimento globale aumenta con il passare delle ore, contribuendo a fare di Internet il luogo principe della diversità, il terreno di coltura dellealternative (“che cos’è in fondo la coscienza critica se non un’inarrestabile predilezione per le alternative?”, si chiedeva anni fa lo scrittore Edward Said).
Un universo della complessità che disorienta e mette in crisi più di un sistema – filosofico, economico, culturale -, ma che porta con sé una potenzialità evolutiva straordinaria, permettendo alla società umana di conoscersi sempre meglio, ascoltando le voci delle nicchie e non solo quelle del mainstream, condividendo l’intimità del quotidiano e non solo i grandi eventi.

Internet si configura dunque sempre più come uno strumento capace di rivelarci lamolteplicità del mondo. Navigando tra le pagine web, guardando i video di Youtube, viaggiando “virtualmente” con Google Earth o Street View, parlando con le persone nelle chat e nei forum, veniamo ogni giorno a contatto con una miriade di realtà differenti. Prendiamo continuamente coscienza dell’esistenza di nuovi luoghi, oggetti, comportamenti, estetiche, miti, narrazioni. 
Quali siano le conseguenze di questo faccia a faccia continuo con un’infinita, vertiginosa, diversità, non è ancora chiaro, ma saranno certamente vaste e difficilmente controllabili.
Per rendersene conto, possiamo fare questo gioco. Non si sa chi l’abbia inventato (più probabilmente, scoperto per caso), ma può giocarci chiunque, e rischia di intrappolarvi per delle ore. In cosa consiste? Basta aprire Google e digitare: inurl:”ViewerFrame?Mode=” -inurl -intitle. Molti dei risultati portano a pagine web che contengono immagini trasmesse da telecamere di sorveglianza non protette. Può capitare di osservare un molo, una strada, l’atrio di un palazzo, un negozio deserto o un pappagallo in gabbia. Possiamo aprire finestre casuali sul mondo. In tempo reale. Un’esperienza simile è quella del “teletrasporto” random che si può fare con Google Street View, offerta da siti come Global Genie o Map Crunch. Si può appoggiare il dito su un angolo di mondo e con un clic scoprire cosa si vede da quello sperduto e lontano punto di vista.

Il complesso rapporto tra l’io singolare e il senso della collettività sul web, tra il  e l’altro, viene raccontato – dovremmo piuttosto dire evocato? – dall’opera Ethereal Self diHarm van den Dorpel. L’olandese fa parte di una nuova generazione di artisti che opera con estrema scioltezza sia online che offline, non tanto per mettere in evidenza le differenze tra i due “mondi” (strategia spesso adottata dai suoi predecessori), quanto, al contrario, per dimostrare che non esiste nessuna vera scissione tra l’esistenza al di qua e al di là dello schermo. Nessuna opposizione tra reale e virtuale. Solo una vita in cui l’esperienza viene spesso mediata dagli oggetti tecnologici, senza per questo farsi meno “vera”. 
Il visitatore di www.etherealself.com si trova di fronte un grande diamante, lucido e sfaccettato. Sulla superficie della pietra digitale la sua immagine (catturata dalla webcam) viene riflessa ma anche spezzettata, simboleggiando un sé necessariamenteplurale.
Nel frattempo, a sua insaputa (nessun link rimanda esplicitamente alla “seconda parte” del lavoro), un’altra pagina web, www.etherealothers.com, raccoglie e archivia in tempo reale tutte le immagini catturate dal diamante/specchio. Un mosaico vibrante di volti e luoghi, di espressioni e identità. Chi guarda chi?

 

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