La Morte a Venezia / Biennale di Venezia 2007

selected texts

Articolo pubblicato su Exibart.onpaper, giugno 2007

Teschi, morti e armi. Combattimenti e violenza. La 52° Biennale di Venezia costringe lo spettatore a confrontarsi con un’insistente rappresentazione della finitezza umana. Nella mostra principale, nei padiglioni nazionali e persino negli eventi collaterali. Una carrellata attraverso le numerose “morti a Venezia”. E un tentativo di comprenderne le ragioni…

di Valentina Tanni

L’atmosfera è lugubre, impossibile non notarlo. Anche una passeggiata distratta tra l’Arsenale e i Giardini lascia il visitatore con l’impressione di aver assistito alla messa in scena di un insistente e disarmantememento mori. Ricorderemo questa Biennale come quella dei teschi, delle armi, dei cimiteri e delle battaglie. L’opera simbolo, in questo senso, arriva a conclusione di un percorso già largamente mortifero all’Arsenale, che allinea una serie di rappresentazioni cupe e cogitabonde sul senso della vita (e della sua fine), come affreschi lungo le pareti di un’interminabile navata. Si tratta di I will die, del cinese Yang Zhenzhong, che presenta un corridoio di grandi proiezioni video in cui decine di persone di diverse nazionalità pronunciano la frase “Io morirò” di fronte alla telecamera. Il giustapporsi di fisionomie, luoghi, lingue ed espressioni crea una sinfonia della diversità che viene però immediatamente ricondotta ad un’entità universale. All’unica, sicura, esperienza condivisa dall’intero genere umano: quella della morte.
E se Zhenzhong gioca sul piano del linguaggio, molto più numerosi sono gli artisti che scelgono la via della rappresentazione allegorica, in un trionfo di rinnovata sensibilità barocca, tra il patinato e il macabro. È il caso delle grandi tele di Angelo Filomeno, pugliese di stanza a New York, che nelle sue opere fonde disinvoltamente citazioni di classici della storia dell’arte (dal barocco al rococò, da Dürer a Goya) ad elementi simbolici contemporanei. I due scheletri sulla scopa di My Love Sings When the Flower is Near -un ritratto dei suoi genitori- sorvolano una scintillante e sconfinata Los Angeles vista dall’alto delle colline. La riflessione sulla morte qui si ammanta di cristalli, ricami e luccicanze dall’estetica quasi glamour.
È impossibile infatti non notare come l’invasione di teschi, ossa e simboli dell’umana mortalità sia negli ultimi anni assoluta protagonista anche nel mondo del fashion e del design, dall’alta moda al prêt-à-porter, fino allo streetwear. Il teschio, in modo particolare, fa capolino, ormai da qualche anno, su borse, magliette, giacche e accessori di ogni genere. Legato, talvolta, ad un altro tema estremamente in voga, quello piratesco. Tra bende, galeoni, vessilli neri e isole sperdute (i topoi dell’isola deserta, del naufrago e della lotta per la sopravvivenza sono altrettanto insistenti, basti pensare, un esempio su tutti, alla saga televisiva di Lost).
Sempre all’Arsenale, un altro artista italiano, Paolo Canevari, mette in scena un’allegoria dai toni funesti: un ragazzino palleggia con un cranio umano sullo sfondo dell’ex quartier generale dell’esercito serbo a Belgrado, ridotto a imponente rovina. Colpiscono anche i “bellissimi” AK47 disegnati a carboncino da Nedko Solakov e le inquietanti fotografie dell’israeliano Tomer Ganihar, che propone una serie di close-up sui manichini utilizzati negli ospedali di Tel-Aviv per il training dei medici. Qui non c’è carne -solo plastica- non c’è sofferenza nel sangue disegnato e nelle ferite riprodotte con tecniche da effetto speciale, ma la morte aleggia, e la violenza non smette di indossare i panni di prima attrice.
Dal politico si passa al privato nella lucida e toccante Pas pu saisir la mort, in cuiSophie Calle (invitata da Storr nella mostra ai Giardini) racconta l’esperienza tutta personale -ma anch’essa di valore, inevitabilmente universale- della morte della madre, opera che testimonia paradossalmente, con un intento documentario, l’impossibilità di qualunque effettiva rappresentazione del trapasso. Più ironica, ma a suo modo sottilmente inquietante, Happy Together: New York & The Other World, la serie di fotografie in cui Jan Christiaan Braun racconta il rapporto affettuoso e confidenziale con i trapassati che dimostrano i parenti delle persone sepolte in un cimitero del Queens. Tra scheletri colorati, simpatici fantasmini, pupazzi e chincaglierie varie.
Non sono da meno i padiglioni nazionali, che incalzano lo spettatore con i poster listati a lutto di Felix Gonzalez-Torres (Stati Uniti), le atmosfere futuristiche e decomposte di Isa Genzken (Germania), i murales e i video nero inchiostro di Yves Netzhammer (Svizzera) e l’ironica archeologia da cartone animato del coreanoHyungkoo Lee.
Apocalittica ed estrema, in efficace contrasto con un’estetica classicista al limite del purismo, la proposta dei russi AES+F, che con il video della serie Last Riot, raccontano un’umanità senza più morale né storia, senza ideologie né sentimenti. Simboleggiata da una schiera di adolescenti intenti al massacro collettivo e insensato. Tutti contro tutti.
L’atmosfera funebre non manca di ammantare anche molti degli eventi collaterali di questa 52° Biennale. Con i teschi ormai classici di Enzo Cucchi al Museo Correr, con la toccante installazione di Bill Viola nella Chiesetta di San Gallo, in cui una teoria di persone fa avanti e indietro dall’aldilà passando attraverso un labile muro d’acqua, con Le Bugie dell’Arte della coppiaBertozzi&Casoni a Ca’ Pesaro (qui lo scheletro è dorato e ha un dedominicisiano naso da Pinocchio). E naturalmente con il signor macabro in persona, Jan Fabre, che nella sua bellissima personale a Palazzo Benzon affianca gatti stecchiti, cervelli scultura e autoritratti sanguinanti.
Come interpretare questo insistere sulle immagini della morte, sulla caducità umana, sul senso dell’esistenza, sul dilagare della violenza? Si tratta a volte di denuncia, a volte semplicemente di interpretazione di uno stato d’animo, più spesso ancora dello specchio di un sentire collettivo in un’epoca tumultuosa e poco rassicurante. Ma forse, più che del pessimismo, dovremmo leggere in queste opere l’ostinato tentativo di ricerca di un senso. Uno sforzo disperato per razionalizzare e ricondurre entro uno schema -anche esteticamente- conoscibile, l’annichilimento dell’umano. E il mezzo diventa proprio l’allegoria, che nello stesso momento in cui si realizza, denuncia la propria impotenza. Tornano in mente le parole di Walter Benjamin nel suo noto saggio sul Dramma Barocco Tedesco: “proprio nelle visioni dell’ebbrezza dell’annientamento, in cui tutto ciò che è terrestre precipita trasformandosi in un campo di macerie, si sviluppa non tanto l’ideale della profondità allegorica quanto il suo limite.”

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *