OK, Computer Performance

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Articolo pubblicato in Artribune Magazine n.3 // novembre-dicembre 2011

Dieci giorni segregata in galleria. Con le finestre chiuse e il computer acceso. Succede in uno spazio non
profit di Berlino, ma va in onda solo online. Una giovane artista alle prese con le meraviglie e le insidie della comunicazione mediata. La performance art ripensata alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione. E i musei non stanno a guardare.

 

di Valentina Tanni

Dal 2 al 12 novembre Gretta Louw, giovane artista di origine sudafricana cresciuta in Australia, è protagonista di una performance negli spazi di Art Laboratory Berlin, organizzazione non profit attiva nella capitale dal 2006. Per dieci giorni la Louw è segregata nella galleria – con tanto di finestre oscurate – e intrattiene rapporti con l’esterno, e con gli spettatori della performance, soltanto attraverso Internet, utilizzando la posta elettronica, Skype e i social network (Facebook, Twitter, Tumblr e Google+). Il progetto, intitolato Controlling_Connectivity, vuole esplorare, portandolo alle sue estreme conseguenze, un fenomeno sociale sotto gli occhi di tutti: la crescente importanza della comunicazione mediata nella vita quotidiana e nei rapporti sociali.
La performance ha molti precedenti storici, e non solo nel campo della storia dell’arte contemporanea (basti pensare ad altre esperienze di “segregazione” in galleria come quelle di Joseph Beuys e Tracey Emin). L’esperimento fa anche tornare alla mente progetti web ormai storici come Jennicam di Jennifer Ringley, che dal 1996 al 2003 visse gran parte della sua vita in diretta, lasciando che la webcam seguisse per 24 ore al giorno ogni evento della sua vita quotidiana. Meno noto, ma non meno rilevante, Quiet. We Live in Public, una specie di Grande Fratello senza autori organizzato nel 1999 da Josh Harris, bizzarra fi gura di imprenditore dal carattere coraggioso e visionario, poi caduto nel dimenticatoio – e andato in rovina – con l’esplosione della bolla speculativa alla fine degli anni ‘90. Harris aveva chiuso nientemeno che cento artisti in un bunker sotterraneo invaso di telecamere allo scoccare del nuovo millennio, rendendo il broadcast visibile in tempo reale su Internet, ma l’esperimento finì male, culminando in pericolosi episodi di violenza, e fu terminato dall’intervento della polizia di New York.
Quello che però rende la performance di Gretta Louw diff erente è l’assenza di telecamere puntate. L’obiettivo, infatti, non è esplorare tematiche come il voyeurismo, la privacy o le nuove forme di celebrità – temi sviscerati da numerosissimi artisti e intellettuali del nostro tempo – quanto mettere in evidenza l’importanza del carattere mediato dei rapporti sociali contemporanei. Per capire in che modo elementi come lo scambio di informazioni, la conversazione, l’interazione emotiva e l’intimità vengano riconfigurati dall’utilizzo di questi (relativamente) nuovi mezzi di comunicazione. Non si tratta dunque di una condivisione continua e indiscriminata, ma di un’indagine estrema sul tema dell’auto-rappresentazione, e se vogliamo anche della narrazione, nell’era di Internet.
Controlling_Connectivity, fra l’altro, arriva in un momento storico in cui il rapporto tra i new media e la performance art è un tema particolarmente caldo e discusso. Lo scorso agosto, ad esempio, le pagine del New York Times online hanno ospitato una stimolante discussione sul tema intitolata Did Youtube killed Performance Art?. Fulcro del dibattito, a cui hanno partecipato artisti, scrittori e storici dell’arte, era la fruizione dell’atto performativo attraverso il web, sia nella forma live (broadcasting) che registrata. Le posizioni espresse sono molto diverse tra loro, ma tutti sembrano concordare sul fatto che le performance fruite via web, piuttosto che rappresentare una “sostituzione” dell’esperienza live – ovviamente impossibile per la mancanza dell’elemento corporeo e sensoriale – rappresentino una nuova possibilità, da esplorare autonomamente, soprattutto nel caso delle azioni pensate appositamente per una fruizione “in remoto” (nel caso delle registrazioni, si rientra agevolmente nel tema della rapporto tra opera e documentazione).
E a passare dalla teoria alla pratica ci ha pensato la Tate Modern, che ha appena lanciato, in collaborazione con la BMW, l’iniziativa BMW Tate Live: Performance Room. A partire da marzo 2012, infatti, una serie di performance si svolgeranno negli spazi londinesi del museo e saranno mandate in onda live sul sito web. La novità? Non ci sarà il pubblico in sala, ma solo quello connesso via web, che potrà commentare e discutere tramite chat e live messaging.

controllingconnectivity.tumblr.com