The era of infinite versions

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Testo pubblicato nel catalogo della mostra “The Mediagate“, Galleria NT, Lodz, Polonia, marzo 2010

di Valentina Tanni

“Abundant, cheap distribution of facts means an abundant, cheap, and unlimited variety of narratives, on demand, all the time.” (Bill Wasik)

1. There’s a traffic jam on the information highway

È un’epoca incerta, questa, per i media. L’assetto otto-novecentesco dei mezzi di comunicazione (televisione, radio e carta stampata) è stato letteralmente travolto dall’avvento del digitale e delle reti telematiche, che in pochi decenni hanno messo in crisi un sistema solido e rodato in tutte le sue parti, costringendolo a ripensare forma e contenuti, linguaggi e format. Nei casi migliori, abbiamo assistito alla comparsa di salutari crisi di identità con conseguenti  spinte al rinnovamento; nei peggiori all’arroccamento in difesa di una presunta autorità acquisita e intoccabile. Ma se il vecchio sistema appare indebolito e allo sbando, il nuovo orizzonte mediatico non sembra ancora aver raggiunto un proprio equilibrio. Le innegabili potenzialità dei nuovi canali di comunicazione mediale, identificabili soprattutto nell’accessibilità delle informazioni e nella loro sconfinata varietà, sono infatti accompagnate da contraddizioni e controindicazioni ancora tutte da comprendere.
Internet è per sua natura il regno delle alternative, un luogo dove tutte le voci possono trovare spazio, dove la contro-informazione conquista piattaforme e casse di risonanza. Dove la coscienza critica dei cittadini può proliferare e rinforzarsi, dove al punto di vista unico e centralizzato si sostituiscono le visioni molteplici. E, soprattutto, dove il dibattito e il confronto sono una regola e non l’eccezione.
Agli osservatori più attenti tuttavia non sfuggono i nuovi pericoli di questa abbondanza informativa senza precedenti, che unita a quella che potremmo chiamare una dittatura del tempo reale, rende spesso la ricerca della verità dei fatti una missione ardua quando non impossibile.
Come fa notare Bill Wasik, scrittore e giornalista statunitense, famoso, tra le altre cose, per aver organizzato nel 2006 i primi Flash Mob, l’essere umano, una volta assunta un’opinione, tende naturalmente a cercare fatti e informazioni che la supportino (in psicologia si chiama confirmation bias). Questa tendenza, di certo non nuova, trova, secondo Wasik, un campo d’azione privilegiato su Internet, dove è possibile reperire – in brevissimo tempo – quantità enormi di informazioni di segno opposto tra loro, in grado di dare a qualsiasi opinione un’apparente fondatezza. Non a caso sul web spopolano i siti dedicati alle cosiddette “conspiracy theories”, pagine e pagine dettagliatissime, zeppe di testi, video, immagini e testimonianze, volte a smascherare quelle che vengono presentate come menzogne globali (gli attentati dell’11 settembre sono stati organizzati dagli americani, l’uomo non è mai stato sulla Luna, l’AIDS è stato creato in laboratorio, Paul McCartney è morto e così via). Anche in questo caso, non siamo di fronte a un fenomeno inedito, ma senz’altro la facilità e l’ampiezza con cui queste pagine possono essere diffuse ha contribuito a rafforzarlo, confondendo ulteriormente le acque già scure dell’informazione.
Bisogna inoltre notare che, nei vecchi media come nei nuovi, non sembra perdere mai terreno il sensazionalismo, con la conseguente tendenza a dare ampio spazio ai – veri o presunti – grandi eventi, trascurando i piccoli cambiamenti che magari sono meno visibili ma che influenzano direttamente la vita dei cittadini (la modifica di una legge ad esempio, o la presentazione di mozioni in parlamento).

2. The Long Tail of Truth

La possibilità di reperire infinite “versioni” della stessa storia, viene definita, sempre da Wasik,  “The Long Tail of Truth”, stabilendo un interessante parallelo con la nota teoria della “Long Tail” coniata da Chris Anderson per descrivere i nuovi modelli economici e commerciali nati con la Rete:

“In the realm of political discourse, and indeed of narrative in general, I fear we have fallen into a far less salutary situation. One might call it the Long Tail of Truth: given any trend that one wants to identify in the world – about the popularity of a buzzword or a band, the mendacity of a politician or a pundit, the rise and fall of any fashion – on the Internet one can readily convince oneself that the trend exist, as long as one runs the targeted search or browses the properly biased sites.”

Quella descritta da Wasik è una distorsione particolarmente odiosa che si può ravvisare nei media di tutto il mondo: l’ossessione giornalistica per le tendenze, per la creazione di veri e propri casi, trend che montano di articolo in articolo, di telegiornale in telegiornale, in una sorta di auto-legittimazione esponenziale. Verrebbe da quasi da dire di profezia autoavverante. Si tratta probabilmente della malattia più diffusa e pericolosa nel campo dell’informazione contemporanea, costretta alla ricerca ossessiva della storia, per microscopica e pretestuosa che sia. Poco male quando le tendenze a essere sbandierate sono bizzarre diete hollywoodiane, scarpe di design o mete vacanziere, un po’ più rischioso quando il caso è, ad esempio, una malattia virale destinata a contagiare l’intera popolazione mondiale.
La moltiplicazione dei punti di vista, che in apertura abbiamo citato come una potenzialità, rischia quindi di trasformarsi, per il semplice cittadino, in una trappola caleidoscopica. Benvenuti nell’era delle infinite versioni.

3. An alerting system

Le possibilità manipolatorie dei media – vecchi e nuovi – sono un tema sempre più spesso affrontato dagli artisti contemporanei. Il mediascape in cui siamo immersi è talmente invasivo, onnipresente e controverso – oltre che in piena fase di ridefinizione – da non poter essere ignorato. Naturalmente, sono soprattutto gli artisti che utilizzano i media come piattaforma per le loro sperimentazioni a rendersene conto. Sono loro che mettono a nudo le debolezze del sistema, le sue contraddizioni e i suoi rischi. A volte con opere apertamente politiche, a volte con l’arma dell’ironia e dello spiazzamento, altre volte semplicemente detournando il medium verso usi non previsti. L’arte funziona da sistema di allarme, una sveglia per le coscienze assopite, un memento di consapevolezza. Per ricordare a chi guarda che si può essere pubblico senza diventare audience. Che Internet, nonostante le contraddizioni, è soprattutto un luogo di partecipazione e una piattaforma per la condivisione della conoscenza. Come ci ricorda Clay Shirky, “the intention of users has more impact than the intention of the designers”. La tecnologia va dunque presa in mano e utilizzata, e i suoi usi non sono e non devono essere predeterminati dall’industria. Gli artisti ci aiutano a ricordare, ancora una volta, che ciò che diventeranno i media nel futuro dipende dall’uso che ne facciamo nel presente.


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