Odore di plastica

Finalmente ho trovato una sala stampa con un collegamento a Internet. Sono dovuta entrare a Plast, la fiera della plastica. Perchè a Miart di un computer collegato manco l’ombra. I macchinari per la produzione di materie plastiche sono uno spettacolo, comunque. Miart è semideserta, fuori piove e il cellulare continua a squillare. Ora lo spengo e vado a prendermi l’ennesimo caffè al bar Illy.

Destinazione Miart

Domani comincia Miart. E naturalmente si parte in pellegrinaggio alla volta di Milano, dove ci aspettano i soliti tre giorni full immersion in gioie e miserie dell’art-system italiano. Alle fiere in genere si vede poco, si mangia molto, si prendono un sacco di caffè e se si dorme è per puro caso. Ma la cosa più divertente è che c’è sempre qualcuno che si sente male e…vomita. Negli ultimi due anni è successo puntualmente ad ogni fiera: a Bologna, a Milano, a Torino. Spero che stavolta non tocchi a me. Saranno i buffet delle inaugurazioni o i pessimi vini raccattati qua e là e trangugiati per dimenticare la vista di opere agghiaccianti. Cercherò di aggiornare il blog il più possibile, ci sono sempre simpatici aneddoti da raccontare, pettegolezzi da divulgare, sorprese da condividere, idiozie per cui indignarsi.

Roma, esterno notte

blankRoma, Via dei Fori Imperiali, quasi mezzanotte. Camminiamo godendoci una temperatura finalmente primaverile. Decidiamo di proseguire fino all’installazione che Mario Merz ha realizzato nei fori. Il bagliore blu della spirale di neon si vede da lontano. Tre persone sono affacciate alla balaustra. Sono Mario Merz, Marisa Merz e Laura Cherubini. Ci avviciniamo, parliamo un po’, la spirale ci ipnotizza. Lo sguardo di Marisa Merz è qualcosa che non posso raccontare, ha un’energia soprannaturale. Mi sento imbarazzata anche a parlare del più e del meno. Ad un tratto, di punto in bianco mi chiede : “Ma tu sei felice?” Farfuglio qualcosa, dico banalità, sfuggo il suo sguardo. “Sono contenta di averla conosciuta” le dico.

Art system-ati #2

Venerdi sera ha inaugurato la mostra di Francesco Carone da Isabella Brancolini a Firenze, trasformata per l’occasione in Green Gallery. Il piano terra della galleria era totalmente dipinto di un abbagliante verde acido, soffitto compreso. Poi un vespino verde, un teschio in resina verde, un boomerang verde… Al piano di sotto un bel video con protagonista Harry Houdini e tre lighbox. L’inaugurazione era affollata, nonostante la serata fosse piovosa e il Lungarno umido e impossibile da raggiungere per gli automobilisti. Abbiamo infatti scoperto che a Firenze si parcheggia solo se si è residenti…e se si va in un parcheggio a pagamento si spende tre euro l’ora…E io che mi lamentavo di Roma.

La cosa più divertente del vernissage (anzi del verDissage) era il buffet, fatto naturalmente di soli cibi verdi: olive, capperi, gelato al pistacchio, latte-e-menta (un tuffo nell’infanzia per quanto mi riguarda). Ho visto anche girare un improbabile cocktail fatto di menta e vodka, subito ribattezzato Tantum verde.

Sabato mattina sveglia alle 8 e partenza per il giro attraverso il Chianti di Tuscia Electa. Per vedere opere d’arte ambientale piazzate in boschi, prati e giardinetti, la giornata era davvero IDEALE. Diluviava. Quella che doveva essere un’allegra scampagnata si è trasformata in un mesto pellegrinaggio un po’ fantozziano in mezzo al fango. Interrotti ogni tanto da un bel buffet a base di pappa-al-pomodoro, salumi e pasticcini (ho abusato dei cannoli al cioccolato bianco fino ad avere allucinazioni). Per quanto riguarda le opere: una standing ovation personale per Cesare Pietroiusti che ha dimostrato che il concettualismo può evitare la trappola della freddezza e dell’autoreferenzialità. Ed essere divertente, intelligente, comunicativo. L’artista romano ha studiato dei luoghi non-monumentali con l’approccio scientifico e storiografico che si riserva alle opere d’arte e ai monumenti storici. Stazioni del bus, pompe di benzina, casotti dell’Anas, circoli di bocce. Poi ci ha fatto fare una divertente visita guidata con il pullman della Sita, ossia “la corriera”. Le sue schede sono anche inserite nell’orario ufficiale distribuito ai passeggeri. Intanto si attendeva l’annuncio del vincitore del premio Furla (o Burla, fate voi), un po’ come i risultati della partita: “Come sarà finito il Furla??” . Per mera cronaca, ha vinto Massimo Grimaldi.

Bilancio finale della giornata: mi sono infangata i pantaloni, l’opera più figa l’ho vista dal bus, ci hanno fregato i cataloghi, l’ombrello e anche i soldi. Senza parlare del riscatto di 34 euro pagato per ritirare la macchina dal parcheggio della stazione.

Per riprenderci siamo passati all’inaugurazione della galleria Continua a San Gimignano. Quelle si che sono feste, ragazzi. Verso mezzanotte l’ex-cinema si è trasformato in una discoteca, anche un po’ coattella. E tutti ci ricordiamo che tutto sommato è sabato sera. Anche per l’art system…

Abbiamo bisogno di Goya

Un articolo del Guardian di qualche giorno fa si chiude con una frase del critico d’arte David Lee che recita più o meno così: “Abbiamo bisogno di un Goya in questo momento. Avrebbe realizzato qualcosa di davvero velenoso su questo fiasco in Iraq”.

Ci pensavo da qualche giorno ai Disastri della guerra di Goya, associazione mentale ovviamente stimolata -nella mia mente deviata di storico dell’arte- dalle tremende immagini televisive di questi giorni. Forse non vuol dire niente, ma vorrei lo stesso raccontarvi questa storia. Nel 1863, tre decenni dopo la morte dell’autore, vide la luce la prima edizione dei Disastri, una serie di incisioni crude e impietose sulla guerra. Nel 1937 Picasso ripensa a Goya per la sua Guernica. Nello stesso anno viene stampata una preziosa edizione di quelle incisioni, direttamente dalle lastre originali, per protestare contro la guerra civile in Spagna. Nel 2001 una coppia di irriverenti artisti inglesi, Jake e Dinos Chapman acquista alcune di queste stampe, con le 500.000 sterline che Saatchi gli sgancia per comprare una loro installazione. L’installazione si chiama HELL ed è una delle opere più discusse della mostra Apocalypse, un plastico agghiacciante in cui migliaia di soldatini, vestiti con le uniformi tedesche della Seconda Guerra Mondiale, si mutilano a vicenda nei modi più orribili. Nel 2003 i fratelli Chapman decidono di “modificare” le incisioni di Goya trasformando i volti dei protagonisti in inquietanti pupazzi. Mi sembra che questa storia contenga molti spunti di riflessione: sulle guerre (su tutte le guerre), sulla capacità degli artisti di raccontarle e sulla “paraculaggine” dei Chapman. Hanno le incisioni da due anni, dichiarano di aver pensato sin da subito di modificarle, ma aspettavano una guerra per farlo…Insult to injury è, nonostante tutto, un’opera stimolante, se non altro per tutta la storia che ha alle spalle. Un po’ meno per le rituali voci indignate che grideranno al capolavoro sfregiato…

Art System-ati

blankIeri sera solito giro di inaugurazioni, ormai sempre più rituale, in particolare nel weekend. E più ci avviciniamo alla bella stagione (a Roma oggi è praticamente estate), più i vernissage si affollano, specie se le gallerie in questione sono nei vicoli di trastevere. Cominciamo dalla fighettissima galleria di Lorcan O’Neill, ex assistente del glorioso Antony D’Offay, che continua a proporre vetrine per facoltosi collezionisti. Dopo la tremebonda mostra di Richard Long (schizzi di fango del Tevere su tavole di legno) insiste nella tattica di proporre grandi nomi e poi esporre lavoretti da salotto. E anche la speranza di vedere qualche bel Jeff Wall va a farsi benedire. Però c’era un discreto vippaio: ho avvistato Margherita Boniver in versione museo delle cere e Valentina Cervi.

Tira su il morale la bella performance di Marcello Maloberti due vicoli più in là alla galleria SALES. Di performance se ne vedono poche in questi anni e quelle che si vedono sono in genere deprimenti (o in puro stile body o fluxus anni 70 oppure pretestuosamente alla ricerca di interattività con il pubblico). Maloberti ha messo in piedi un tableu vivant forte e coinvolgente. Bello anche il testo di Cerizza sul catalogo, una specie di raccontino sui suoi ricordi di bambino frequentatore di piscine comunali.

Lo spazio era affollatissimo e il gallerista sembrava però più scocciato che contento…è noto infatti che la Sales non manda inviti. Ma chi l’ha chiamati tutti questi, si sarà chiesto…E noi invece ci chiedevamo perchè non fa le mostre a casa sua, di nascosto, magari con entrata su parola d’ordine…