2003 / Yael Kanarek. World of Awe

artists texts


Il viaggio è una porta attraverso la quale si esce dalla realtà nota e si entra in un’altra realtà inesplorata, che somiglia al sogno. (Guy de Maupassant)

Da Manhattan al Mondo della Meraviglia. E il varco è un semplice cancello della Sesta Strada. Comincia così la storia dell’anonimo viaggiatore, catapultato in un universo fatto di sconfinati deserti digitali, dove soffia ininterrotto il vento ed esistono solo albe e tramonti. Un mondo bloccato al confine tra il giorno e la notte, disabitato e silenzioso, che sprigiona forze misteriose affascinando e stordendo l’errante protagonista, vagabondo sulle tracce di un fantomatico tesoro perduto. Un tesoro che si sposta, ma lascia tracce, sotto forma di caramelline colorate. Permeando di pura bellezza i luoghi dove si posa.
L’oggetto del desiderio sembra però solo un pretesto per l’esplorazione di una dimensione altra, in un percorso che ha tutte le caratteristiche del viaggio sapienziale. Dell’avventura di un essere umano alla ricerca di se stesso. In questo senso World of Awe si inserisce in una tradizione letteraria millenaria (quella del viaggio), riprendendo e attualizzando temi e meccanismi di costruzione narrativa fortemente radicati in tutta la cultura occidentale, da Omero a Melville, passando per Dante e Lewis Carroll. Ma che significato ha oggi il viaggio? Come si riconfigurano le nostre idee di tempo e di spazio nell’età della telepresenza?
Yael Kanarek, giovane artista israelo-americana, sviluppa questo progetto interdisciplinare dal 1995, servendosi di applicazioni web, e-mail, software, musica elettronica. Ma anche di installazioni, stampe e performance.
Il cuore del progetto si chiama Journal, (il diario), e contiene lettere ad un’amante lontana, resoconti di viaggio e descrizioni dei curiosi “strumenti di navigazione” usati dal protagonista per orientarsi nei desertici paesaggi. Questa componente testuale dell’opera, secondo il classico espediente del manoscritto ritrovato, proviene da un computer portatile usato dal viaggiatore e da lui stesso assemblato con hardware e software riciclato nel Silicon Canyon, sconfinato cimitero della tecnologia elettronica.
L’intera hyperfiction indaga con lirismo e potenza immaginativa le connessioni tra tecnologia, memoria e narrazione, mettendo a disposizione del fruitore un’esperienza complessa e ricca di spunti. Sfruttando le possibilità di interazione offerte da Internet e studiando una serie di interfacce ad hoc, Yael Kanarek dà autonomia allo spettatore senza lasciare che si perda. Predispone gli strumenti per una personale esplorazione del suo mondo virtuale, ma il lavoro mantiene il carattere inconfondibile dell’autorialità. Oltre al diario -che contiene al momento due capitoli- il progetto è supportato da un vasto corpus di immagini, istantanee dei deserti visti attraverso gli occhi del viaggiatore solitario. Sono i Nowheres, decine di lande desolate di colori e forme sempre diverse; porzioni di orizzonte prese a caso nel flusso dello spazio-tempo. Il panorama montuoso di World of Awe diventa visionario ed esplorabile in 3D tramite il software Roam, nato dalla collaborazione con il programmatore Luis Perez. Qui la rossa terra dei Nowheres scompare per lasciare il posto a montagne poligonali fatte di occhi, virate in tonalità rosso-verdi. La colonna sonora, scritta dal compositore Yoav Gal, fa il verso all’opera servendosi di una voce soprano e di un’orchestra digitale, ricalcando lo stato d’animo del protagonista, solo e confuso, ma anche abbagliato e stregato.
L’approccio dell’opera agli strumenti tecnologici -sia quelli effettivamente utilizzati che quelli descritti dal viaggiatore- è sorprendentemente intimo ed emotivo. Racconta l’inevitabile straniamento dell’essere umano a contatto con una realtà profondamente informatizzata, ma ne indaga anche il fascino. Il viaggiatore è solo, non sa quando tornerà e ha paura di perdere ogni memoria dell’amata, ogni contatto con i sentimenti. Ma vive il mondo virtuale con un animo romantico, si lascia scuotere dal brivido di un sublime di ottocentesca memoria e si emoziona alla vista del Silicon Canyon, leggendaria e sconfinata valle della tecnologia abbandonata: “Se non fossi stato sicuro di essere ancora vivo, avrei pensato di trovarmi in Paradiso.”

Valentina Tanni
testo scritto per la mostra “Yael Kanarek. World of Awe”. Roma, Galleria Sala 1, 2003
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